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Cap. 2 (gli Ussari)

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Persone - Storia

Capitolo 2°

 

 

Gli Ussari

 

Ci troviamo dunque in un importante periodo di transizione. Il libero pensiero cominciava ad affermarsi. Stiamo uscendo dal Medioevo ma, come dicemmo, il passaggio non è preciso e fissato in una data esatta. Se grandi individui cominciavano a pensare liberamente, ponendo l’uomo al centro dell’interesse, non possiamo onestamente affermare che questo avvenisse anche presso altre culture, prima fra esse quella musulmana. I Turchi continuavano a spingere brutalmente per espandersi ed imporre la loro religione, soprattutto nell’area del Balcani e verso la Russia. Non restava, allora, che opporre la forza alla forza e difendersi con guerre sante, cioè crociate.

La Russia, e questo fino agli inizi del ventesimo secolo, prima dell’avvento del comunismo, era profondamente legata alla Francia. Era in Francia che venivano educati i rampolli dei nobili, ed era francese la lingua con cui si esprimevano i nobili. Fra gli altri vantaggi c’era quello che si evitava di essere compresi dalla servitù.

Oltre alla minaccia dei Turchi, che potevano diventare pericolosi, una volta sfondate le linee di difesa rumene e ungheresi, la Russia si doveva guardare dai Tartari e dai Mongoli, che erano già arrivati al di qua degli Urali. Aderire alla crociata contro i Turchi era un’intelligente mossa politica per legare di più la nazione all’Europa, e un’astuta strategia economica per attingere al tesoro messo a disposizione dai promotori della crociata, la Santa Sede e i re di Francia e di Spagna.

Ivan III° il Grande contribuì a detta crociata inviando in Ungheria un esercito sceltissimo di diecimila soldati di cavalleria leggera, divisi in squadroni. Erano i famosi Ussari.

Nella battaglia ne caddero eroicamente quattromila. Dei restanti seimila circa la metà si nascose e confuse nei territori di Ungheria, Romania e Bulgaria, che allora non avevano una chiara configurazione e precisi confini, come ora.

Ne restavano tremila. Costoro, divisi per evitare di concentrare sotto un solo contingente il residuo tesoro, avanzato per il finanziamento della crociata, e sottratto alla voracità di re Mattia Corvino, furono incaricati di riportare ai legittimi proprietari, i promotori (Santa Sede, Francia e Spagna), quel che restava.

I tremila Ussari stanziati nei territori ungheresi, rumeni e bulgari, restarono sempre in contatto con la madrepatria. Ivan VI° il Terribile, succeduto ad Ivan III° il Grande, tenne sempre viva questa forza inviando continuamente altri Ussari a rinforzare i superstiti.

Tremila Ussari, dunque, furono incaricati di far da scorta al residuo tesoro, che doveva tornare ai finanziatori. Forse anche grazie alla missione sacra di cui erano depositari, furono aiutati dagli abitanti di origine slava dei territori che attraversavano, verso sud ovest, fino a che riuscirono ad arrivare fino al territorio che oggi chiamiamo Trentino-Alto Adige. Qui furono calorosamente accolti dai principi-vescovo della zona, e più precisamente Sigismondo, principe vescovo di Stenico, e Bernardo, principe vescovo di Clesio (Cles), che incamerarono la quota del tesoro che spettava alla Santa Sede.

Non si sa esattamente se questo tesoro arrivasse poi a Roma, ma si può anche pensare che fosse utilizzato per organizzare e finanziare il Concilio di Trento (1542-1563), indetto appunto da Bernardo Clesio, e che trasformerà la città in un importante centro culturale ed artistico. Il braccio destro di Clesio fu l’altro principe vescovo, Sigismondo, che diverrà poi Nunzio apostolico.

Gli Ussari, durante la loro permanenza nel Trentino, aiutarono Bernardo e Sigismondo a soffocare la rivolta dei contadini, esasperati dalle angherie dei nobili (e degli stessi suddetti principi vescovi). Questa rivolta, come reazione alle tassazioni troppe esose, all’appropriazione dei raccolti, all’esercizio dello ius primae noctis e ai soliti soprusi contro i deboli, fu guidata da Michael Gaismayr, ma fu soffocata nel sangue, con l’aiuto delle truppe imperiali dell’imperatore di Germania Massimiliano I da una parte, e degli Ussari dall’altra. Le cronache di allora narrano che nel Trentino gli alberi diedero nuovi frutti, gli impiccati.

Per ritornare alla storia che ci interessa, dei tremila Ussari impegnati in questa repressione, ben mille e cinquecento vennero uccisi. Intanto l’imperatore Massimiliano era venuto a sapere del tesoro che gli Ussari avevano in custodia, ma tempestivamente i sopravvissuti, avvertiti dal principe vescovo Bernardo, riuscirono a scampare ad un agguato dalle truppe imperiali e scesero a sud, raggiungendo il Po.

Dopo numerose traversie ne arrivarono, fino a Piacenza, un migliaio. Lì riuscirono ad imbarcarsi su chiatte, per puntare su Alessandria. Dovendo procedere contro corrente, si presume che le chiatte fossero trascinate, come usava allora, da animali che le rimorchiavano da riva.

L’epoca può essere fissata nel 1490. Da Alessandria, a piedi, arrivarono fino a Nizza Monferraro (oggi Monferrato), per attestarsi finalmente nella vallata che, oggi, si può individuare nella zona della stazione ferroviaria di Agliano – Castelnuovo Calcea.

Una notizia così ghiotta, come quella di un piccolo esercito in possesso di un simile tesoro, non poteva non far gola a molti, ma soprattutto furono i Briganti, la cui composizione ed  organizzazione sono indicate nel glossario all’inizio, a tentare varie sortite.

C’era un ma, ed era che gli Ussari non erano uomini di pace, mansueti pellegrini, o poveri penitenti, bensì animosi soldati. Per meglio combattere si attestarono nei pressi della collinetta della Bansella, costruendo trincee e linee di difesa così efficienti da rendere vano ogni tentativo dei Briganti. Ancor oggi nella zona pare che, scavando, si ritrovino armi dell’epoca, soprattutto armi bianche. Il tesoro rimase, ma qui è necessario il dubitativo, integro. Detta zona fu denominata, per lungo tempo, piazza d’armi.

Le cronache dell’epoca narrano che gli Ussari, i russi insomma, ebbero naturalmente necessità di stabilire contatti con i locali, contatti che si rivelarono molto cordiali. La lingua, il francese, che i russi conoscevano, e che conosceva, almeno sommariamente, anche la popolazione, fu senza dubbio di grande aiuto per comunicare. Il comportamento degli Ussari, nei confronti degli indigeni, fu improntato ad un reciproco rapporto di fiducia, così che vennero chiamati Garbaroliis o Garberoliis, dal tardo latino garbare, che significa, come in italiano, piacere, riuscir gradito.

Non si seppe mai se il tesoro fosse restituito ai re di Francia e Spagna, o restasse nelle mani dei Garbaroliis. Costoro familiarizzarono con la popolazione, finendo evidentemente per sposare le donne locali, per mettere su famiglia, insomma per insediarsi definitivamente nella zona. A conferma di questo, acquistarono terreni, per coltivarli, e si volsero al cattolicesimo, religione sorella di quella cristiana ortodossa. Esiste a questo proposito una Bolla pontificia che attesta questa loro conversione. E’ probabile che a questo riconoscimento della Santa Sede abbia contribuito il tesoro, o parte di esso, probabilmente partito alla volta di Roma.

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Famiglia Garberoglio
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